Grazia Maria Regalino

"L’artista, lavorando nello spazio della pittura figurativa, lo sottopone al tempo stesso a un movimento di distanziamento, di corrosione e, in una parola, di messa in problema."


Biography
By Alessandro Vitiello
Translation by Lara Cox

Grazia Maria Regalino was born in Milan but then soon moves with her parents and two brothers to Salerno, where she currently lives and works.

Pencil drawing was her first love and this passion continues throughout her artistic career. It is a journey that moves forward in stages, inspired at the outset by her uncle Gian Franco Arciero, photographer and important publisher in Rome in the 1970’s and 80’s and also by the distinguished French-Romanian photographer Irina Ionesco, who Chicca Regalino has met on a number of occasions. This was also the period in which she attended the European Institute of Design in Rome, and here, she had the opportunity to put her creativity to the test in different expressive fields. Illustration, graphic design, street art, comics and the writing of two short novels (Serena and La passeggiata di Gaja) are all part of the great wealth of experience with which she finally arrives at figurative painting.

For Grazia Maria Regalino, portraiture has always been the instrument through which she chooses to study the world. Her extraordinary technical ability and the detail “engraved” onto the bodies are important features of her painting. Inspiration comes from the dramatic power of Caravaggio’s painting as well as the restless hyperrealism of Dino Valls.

She has exhibited in Rome, where she now collaborates with Alessandro Vitiello Home Gallery. Chicca has also worked in Naples, Massa Marittima and Milan. She has also realised action painting events.

In 1999, she won the “Gli Autori” literary contest with her novel Serena, published by L'Autore Libri Firenze.

For six years she taught in a mental health centre, where she helped the patients to express themselves through art, creating the working group called Arte Inquieta and organised exhibitions.

11 impressioni per Furia
di Epifanio Ajello

Grazia Maria Regalino mette davanti alle tele bianche tre ciotole di colore, giallo, rosso, celeste, poi attutisce la luce nella camera fino all’ombra, immerge, inzuppa, le dita nei colori e poi li scaglia con furia sul bianco della tela, poi in un attimo si acquieta dirimpetto al magma e vi mette dentro le palme, le dita sui colori e comincia a dipanarli, straziarli, poi prende i pennelli razionali e via insegue lunghe strisce che si arrotolano dintorno, sfuggono via, poi li ferma e li rilascia liberi di fare, e tutto diventa tracce di un io sussultante, di una disperazione, della cerca di un’armonia nella disarmonia delle cose ritratte, del mondo non scritto che si fa scritto pieno di colore, di segno imbevuto, di allegorie.

Qui è tutto un vedere, un immaginare che costituisce il tempo delle figure. Queste sono figure viventi che hanno vissuto, amato, odiato. Sono furiosi nella loro allegria. Squietano lo spazio, il tempo che l’incornicia. Immaginiamo soltanto quante cose avrebbero da dirci se solo avessero una voce.

Possiamo dare un nome ad ognuno di questi signori? Ogni faccia ha il nome del colore che la contiene. C’è il signore del blu elettrico, quello del giallo ocra, un signore celeste, uno grigio, e uno acchittato tutto bianco. Nel frattempo, altri colori attorniano le facce, vorrebbero farne parte. Ma anche i volti vorrebbero fare lo stesso: vorrebbero slabbrarsi, mettersi dentro i colori che li accerchiano. I visi amerebbero fare un tutt’uno col rosso, col giallo, coll’azzurro. Vorrebbero diluirsi in macchie (lo sono già?) e con rabbia fare fagotto e andare via dal quadro, via dalla cornice.

Ma qui non c’è solo disperazione, ma anche un giocare, un divertirsi, un’arte comica cercata per ridere sotto i baffi. Che questi signori ritratti siano dei clown? dei pagliacci? che se ne vanno fuori da ogni norma (pittorica) a sbeffeggiare. Degli strambi senza canone, imprevedibili, fatti solo di colore, come quelli descritti da Starobinski, gnomi che sopraggiungono d’improvviso nei racconti, e dove «in apparenza gettano tutto per aria, seminando ovunque la confusione; ma sempre, alla fine della storia, la loro balordaggine risulterà provvidenziale, in obbedienza ad una logica fiabesca che manda a vuoto tutte le ragionevoli previsioni: essi sono gli aiutanti della vita e dell’amore minacciati, la sfida alla serietà delle nostre certezze, e aprono una breccia per la quale potrà spirare un vento d’inquietudine e di vita».

E viene un sospetto, che qui sia sempre la stessa persona che si maschera con un cartone con gli elastici tesi dietro le orecchie. Che sia uno di quei ragazzi che Grazia Maria Regalino ha tenuto a lezione, lì in quel centro d’igiene mentale dove li ha aiutati a dipingere. Sarebbe quindi fuggito fin qui per tornare a colorare (a colorarsi) ma senza farsi riconoscere. E perché sarebbe venuto a confondersi all’improvviso con questi mascheroni? Per metterci paura? Divertirsi alle nostre spalle? oppure vuole soltanto abbandonare lo spavento della mente, e farsi ricordare, forse addirittura amare.

Questi ritratti di signori messi uno accanto all’altro sono capaci di raccontare una storia, di intrattenerci con un racconto? Può nascere da qui un plot, un intreccio narrativo? Forse sì, anche se non c’è tempo, c’è solo descrizione. E qui, come in una fotografia, come in un’illustrazione, il racconto è altrove, nei bordi, e si snoda accanto. E ognuno che guarda i ritratti s’immerge in quei colori, in quegli sguardi e li mette in sequenza come a fare un graphic novel, a montare un cartoon (forse autobiografico) e riceve il suo racconto, apprende qualcosa della loro vita (e della sua), e si fa subito sotto gli occhi un teatro di vicende, incanti, dolori.

Si potrebbero incollare su un album queste facce come delle figurine, una accanto all’altra. E si potrebbero anche scollare e mettere in sequenze differenti, mettendole uno di fronte all’altra, dare loro una direzione, un tempo, una faccenda, un racconto, e farle guardare tra loro, parlare tra loro, fare combriccola. Chissà che cicaleccio, che racconti, che disperazione, che allegria farebbero.

Gli occhi qui fanno tutto e gli occhi sono dappertutto. Occhi che piangono. Occhi furiosi. Occhi sospettosi. Occhi ilari. Sono tutti tondi e non guardano chi li guarda. Sono occhi curiosi, birbanti, spaventati. Sono occhi che hanno visto, e guardano sempre di lato come di qualcosa che all’improvviso possa sopraggiungere. Sono occhi impauriti. E sembrano soltanto chiedere di essere visti, e solo nella maniera in cui chiedono di essere guardati.

È come se questi volti emergessero, affiorassero da un mare di colore che sta lì per sommergerli. Sembrano degli esuli, degli «immigrati» giunti da chissadove fra noi. Quale sia il loro «altrove» da cui provengono non è dato sapere. Quel che è certo è che ora che sono comparsi qui, essi ci stanno e stanno con noi. Sono venuti forse per dirci di un mondo estraneo nel quale siamo noi tutti e dal quale sfuggire non è possibile; o per dirla col Calvino delle Città invisibili: «per cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

C’è un’affettuosità in queste sagome distorte, un’armonia in questa disarmonia, quasi un’esattezza. Viene la voglia di accarezzarli questi volti, di spendere per loro una parola buona. Si ha l’impressione che siano stati discriminati. Peccato che non abbiano voce, parola. Li avremmo ascoltati con interesse, anche se non sappiamo cosa ci avrebbero detto quelle bocche così colorate dalle labbra enormi che ci fanno dei segni (degli sberleffi?) come i muti con le labiali.

Guardando questi quadri sembra di guardare là fuori, in un lontano da noi, ma così vicino, aderente. Queste facce non sono definite, sono approssimative di ogni possibile volto. Eppure, sembrano essere venuti qui per portarci i loro segreti, il racconto delle loro esistenze, per mettersi al riparo dalle loro solitudini, dalle loro speranze, e ci rendono implicati nel loro stare lì mentre ci guardano, e noi a nostra volta «siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo» (Gianni Celati, Verso la foce).

Parlando di Furia
di Kamil  Jarzembowski

“Io li chiamo mostri”, mi disse Grazia Maria Regalino mostrandomi “Il figlio brutto”, il primo della nuova serie di opere. Dopo il ciclo “Orme e dettagli”, dove esplorò il campo di una pittura a cavallo tra il figurativo e un quasi-espressionismo, l’artista decide ora di spingere la sua produzione ancor più verso una dimensione metafisica. Scompare il contorno, il colore viene steso con la mano, o addirittura versato sulla tela, e le pennellate diventano più larghe. In questo modo nasce una maschera fatta tutta di colore, spaventosa, irrompente, carica di passioni. Affinché questo accada, la pittrice si predispone al lavoro in modo singolare. Talvolta dipinge con il buio della notte, come nel caso del “Mostro di Napoli”, prodotto in un vicolo vicino a piazza Bellini, altre volte sopra una collina in pieno giorno. La scelta del luogo per dipingere, vicinanza o assenza di altre persone intorno, la musica di sottofondo; tutti questi aspetti sono importanti per il viaggio interiore che la pittrice decide di compiere. Ella invita lo spettatore a fare una riflessione profonda e intima, che va ad approfondire la parte più oscura della mente di ognuno, per cercare tra macchie del colore una qualche forma di risposta, una qualche specie di sollievo.

La caratterista principale di questi “mostri” consiste nell’uso generoso del colore e la sua triplice funzione. Regalino dapprima realizza una base con il colore che viene spalmato con la mano creando uno sfondo. In questo modo ella inserisce la stessa pittura in uno stato metafisico, che le permette di far accadere, sulla superficie pittorica, uno spettacolo stravolgente: l’epifania di un “mostro interiore”. Esso viene plasmato dai getti di colore scagliati con veemenza sul supporto. Quei colori sono la frustrazione, l’ira, lo spavento, la rassegnazione, la follia. L’artista riflette sulle nostre debolezze, le nostre paure, i nostri dolori, e riversa tutto al di fuori della sua mente, dando vita a delle figure, oserei dire, iconiche. Realizza, a pennello e con scrupolosa attenzione, infine, i particolari che consacrano queste maschere a icone dei nostri sentimenti più bui.

La pittrice è un demone che porta la mente dello spettatore verso pensieri che egli non vuole fare, che ha paura di esternare. Questi lavori dimostrano la capacità di Regalino di interpretare le passioni dell’uomo moderno. Infatti, i volti da lei dipinti non sono soltanto la rappresentazione di un suo sentimento individuale, così come accadeva nell’espressionismo, ma è, invece, il frutto di una meditazione sulla società che la circonda e su quella solitudine di essere inermi di fronte alla forza con la quale i problemi della vita sono capaci di offuscare la mente e far uscire la parte che temiamo maggiormente, i nostri mostri interiori.

Mostre

2011: “Il Mito” - Palazzo delle Arti - Napoli.

2013: “Le Persone” - Galleria Art Tre - Salerno.

2015: “L’Ingiuria” - Palazzo delle Arti - Napoli.

2015-2016: Due esibizioni - Palazzo Fruscione.

Febraio 2017: “Orme e dettagli” - Palazzo delle Arti - Napoli.

Giugno 2017: "Orme e dettagli" - Palazzo Bezzi - Ravenna.

11 - 25 Ottobre 2019: "FURIA" - AVHG - Roma

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